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Non è facile avere voglia di essere felice quando non senti niente. Ed è ancora più difficile quando hai fame. Ci penso abbracciando il cuscino per riempirmi la pancia. In questo momento ho solo la consapevolezza razionale che essere felici è piacevole, ma non è abbastanza per farmi alzare dal letto, lavarmi e uscire di casa. Se riuscissi a ricordare cosa si prova, forse, troverei la motivazione. Se riuscissi a ricordare cosa si prova, saresti felice, mi corregge la voce in corsivo che parla nella mia testa. Solo le persone felici sono motivate ad essere felici. Le persone tristi, quelle veramente tristi, non hanno voglia di impegnarsi per raggiungere qualcosa che non sanno nemmeno cos’è. Dovresti provare a ricordarti, allora, mi dice.

“Ok, va bene” rispondo, e dopo averci pensato un po’ aggiungo: “Ero felice la mattina quando c’era il sole.”

Tu odi le mattine, mi fa notare.

“Forse perché non sono una persona felice”, non mi piace il suo tono arrogante e corsivo. Decido che per un po’ la voce la ignoro. Voglio pensare in santa pace e ricordarmi bene quelle mattine.

Mi piaceva, più del sole, l’aria nitida. Di solito esco solo la sera quando i contorni sfumano e le emozioni sono attutite. La luce gialla chiarissima della mattina invece ha qualcosa di netto, il mondo parla in maniera chiara e i sentimenti, in risposta, sono precisi. La felicità soprattutto. Mi pervade il senso che tutto sia al suo posto. Gli anziani passeggiano, le mamme vanno in bicicletta e il tempo per un attimo è fermo. Mica come ora, nel mio letto. Ormai non sono più in tempo per essere felice, forse ero in tempo un minuto fa, ma ormai quel minuto è passato. Che ragionamento del cavolo.

“Non mi va di parlare.”

Ma in realtà mi va. Vorrei parlare con qualcuno percorrendo i contorni precisi della mattina. Infilandoci in un vicolo solo perché è un bel vicolo per poi sbucare in un posto che non abbiamo mai visto prima. Parleremmo, rideremmo e a un certo punto credo che ci verrebbe un po’ fame, una di quelle fami indecise che appena uno propone un cibo non desideri altro finché non si passa a quello dopo. Nella mia mattina ideale, per giunta, tutto questo parlare non servirebbe proprio a nulla perché finiremmo per mangiare la prima cosa che capita nella prima bancarella che profuma di buono. Panino col polpo, mi viene da dire. L’ho provato per cena a settembre e non l’ho più dimenticato. Vedi che si può essere felici anche alla sera?, mi fa notare la voce.

“Solo se si era felici la mattina”, preciso e mi sembra ovvio.

Vabbè che la felicità è diversa per tutti. Io la trovo la mattina, ma magari là fuori c’è qualcuno che è felice solo tra le tredici-e-quarantadue e le tredici-e-quarantatré del pomeriggio. Un minuto soltanto in cui si concentra tutta la felicità che di solito è diluita nell’intera giornata... probabilmente funziona così farsi di eroina. E comunque non mi convince. Per me la chiave della felicità è che non dev’essere mai troppo intensa. Non voglio sentirmi sopraffatta. Per me la felicità è un retrogusto delicato tipo quello che si lasciano dietro le olive quando le togli dalla focaccia. Lo faccio sempre. Blurb, blorb. Questa non è la voce nella mia testa, è lo stomaco che brontola, anche lui parla in corsivo. Ti decidi a mangiare? Eccola.

Mi limito a cambiare posizione e guardare l’orologio. Se ci fosse del prosciutto cotto affettato fine in frigo sarei felice, ma non so se c’è e ho paura di alzarmi e rimanere delusa. La spesa di certo non mi va di farla, anche se c’è il sole.

“La differenza è che non mi fa sentire allo stesso modo”, anticipo l’obiezione della voce.

La luce del pomeriggio infatti è troppo calda, un abbraccio, ma io non me lo merito perché sono stata a letto tutto il giorno. Quella luce va bene per quando torni da una gita in una spiaggia lontana, per un aperitivo dopo una giornata faticosa o per infilare le chiavi nella toppa di casa. Non va bene per iniziare a vivere. Per iniziare a vivere ci vuole la luce gialla e precisa del mattino che a pranzo diventa bianca e si riflette sul mento unto di panino. Mi ci dà un bacio, la persona che ha passeggiato con me e che ora siede al mio fianco al tavolino argentato. Le sue labbra si dischiudono sul mio mento ungendosi tutte: “Quando imparerai a mangiare?”, ghigna. Non rispondo, voglio solo un altro bacio sulle labbra e siccome siamo nella mia mattina ideale, lo ricambia. Ci baciamo a lungo, ma non abbastanza, senza pensare a nient’altro che alle nostre labbra e alla punta della lingua. Il sole ci scalda i capelli e le mani restano al loro posto ai confini del tavolino incandescente. “Ti amo”, mi dice. “Ti amo” rispondo, con lo sterno che picchia sullo stomaco. Vorrei strapparmelo, svuotarlo come un’ampolla di tutto l’amore che ci sta dentro e donartelo.

Grazie.

“Non a te. Parlo con la ragazza al tavolino.”

Ah, capisco. Stavi iniziando a sognare. Non è il caso che ti alzi, invece? Sono le diciotto e trentasei.

Le diciotto e trentasei. E cosa mi alzo a fare? Ormai la giornata è finita e fra poco farà buio. Dovrei cercare un film o qualcosa da vedere, poi quando arriva il momento provo a ritornare al tavolino. La strada è un labirinto con gli spigoli affilati, ma dovrei farcela, basta che imbocchi solo i vicoli che mi piacciono. Il problema vero è addormentarsi. Prima o poi ti addormenti, è fisiologico, soprattutto se mangi qualcosa e fai un po’ di movimento.

“E se non riesco a dormire fino al mattino?”

Ti aiuto io.
 

“Prima mi stavo addormentando e tu mi hai svegliato. Non mi dovevi svegliare.”

Mi arrabbio di colpo e per un sacco di motivi. Come prima cosa avevo detto che non mi andava di parlare e invece non ho smesso un attimo. Poi non mi sono ancora alzata dal letto, anche se vorrei con tutte le mie forze, e il sole sta tramontando. La luce della notte è quella che mi piace di meno in assoluto, è arancione e io non me la merito. Allora la spengo e prego di dormire, ma ormai è troppo tardi e al buio non riesco a ritrovare il tavolino. Aspetta un secondo, prova a calmarti, mi interrompe la voce.

Ma io faccio fatica a sentirla e in realtà più che calmarmi vorrei piangere, così magari mi stanco e dormo, anche se non faccio i sogni.

Ma c’è ancora luce!

“Ma poi farà buio”, mi sento come se lo sterno si fosse riempito di piombo scivolando in fondo alla pancia.

Alzati, per favore.

Non rispondo, non so cosa dire. Allora la voce in corsivo prende la situazione in mano e per una volta si rende utile. Mi accarezza le spalle e mi aiuta a sollevarle dal materasso. Quando sono seduta mi abbraccia e poi mi prende la mano. Così, mi dice e io allora faccio così affidandomi a lei. Mi porta in bagno e mentre mi lava la faccia con l’acqua fredda mi accorgo di avere sete. Bevo. Poi mi siedo sul divano e lei mi passa le scarpe. L’aria fuori è fresca e mi pizzica la pelle. Mi fa venire voglia di respirarla come si deve, di riempire lo sterno come un palloncino. Ti ricordi, ora?

Racconto premiato al XXVI Concorso Letterario “L’écrivain de la Tour”

Alessandra Peluzzi Official Website

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